13 Febbraio 2019

Relazione medico-paziente: non solo empatia

Nella comunicazione efficace in generale e in quella specificatamente tra medico/operatore sanitario e paziente si parla spesso e volentieri di empatia. La relazione medico-paziente infatti viene chiamata alleanza terapeutica e l’elemento distintivo di questa alleanza terapeutica è l’empatia.

In psicologia per empatia si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona. Il termine deriva dal greco “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composto da en-, “dentro”, e “pathos”, “sofferenza o sentimento”), che veniva impiegato per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico.

Per Carl Rogers, padre della terapia centrata sul paziente e del movimento della psicologia umanistica, empatia significava “comprendere i sentimenti dell’altro come se fossero i nostri”.

Come ho affermato nel libro La relazione medico-paziente (Edizioni Enea, 2016), già qui possiamo evidenziare un fraintendimento rispetto al significato che molto spesso viene dato a questo termine: empatia significa comprendere, grazie a un processo di immedesimazione, i sentimenti e gli stati d’animo dell’altro, qualunque essi siano: gioia, dolore, rabbia; non significa essere per forza calmi, compiacenti e accondiscendenti. Questa è chiaramente un’errata attribuzione di significato al concetto di empatia che, comunque, per una relazione medico-paziente e un’alleanza terapeutica efficaci non basta.

In che senso, quindi, relazione medico-paziente: non solo empatia? Quali sono gli altri elementi utili e necessari? Prima di tutto la sincerità, e poi la speranza.

Il termine sincerità deriva dal latino “sincèrus”, che secondo gli antichi derivava da “sìn-e”, che significa senza, e “cèra”, che significa cera; quindi, senza cera, senza finzione, senza maschera. I moderni etimologi hanno identificato derivazioni diverse dal punto di vista esclusivamente della forma terminologica pur restando invariata la sostanza dei significati: “puro, schietto, senza finzione, senza artificio, non contraffatto, che esprime con verità ciò che sente, ciò che pensa”.

Nell’ampio contenitore della sincerità, quindi, ci sta anche l’autenticità, così come il dire la verità ai pazienti, la purezza e la schiettezza senza finzione ma con quella compassione, termine che deriva a sua volta dal latino “cum-patior” che significa “soffro con” e dal greco “συμπἀθεια”, “sym patheia” (“simpatia”) che significa “provare emozioni con”, cioè un sentimento di una persona che è in grado di percepire la sofferenza dell’altro desiderando di alleviarla.

Per quanto riguarda la speranza, l’etimologia della parola si ricollega al latino spes, a sua volta dalla radice sanscrita spa che significa “tendere verso una meta”.

Ma come si fa ad avere e dare speranza, quando magari la situazione clinica del paziente è senza speranza? Come si fa a rassicurare un paziente o i suoi familiari quando la speranza brilla per la sua assenza?

La risposta sta proprio nel significato etimologico del termine speranza: tendere verso una meta. E purtroppo i medici, così come gli infermieri e tanti altri operatori sanitari, si trovano molto spesso ad affrontare insieme ai pazienti circostanze in cui la meta non può essere la guarigione, ma magari può essere uno stare meglio rispetto all’elevato grado di dolore, o rispetto a poter ricominciare a fare qualche passo, o a poter migliorare una qualsiasi più minuscola cosa rispetto allo stato attuale. Allora sì che, anche in questi casi, il ruolo del medico e o degli operatori sanitari diventa prezioso, tanto da poter fare la differenza, anche di fronte a una fase terminale. Perché come scrive il prof. Fabrizio Benedetti, che ho già citato nell’articolo Comunicare cattive notizie: quali sono i fattori critici?, “la speranza è un farmaco”.

Ecco perché nella relazione medico-paziente non è importante solo l’empatia, ma si tratta di un vero e proprio mix, di un bilanciare costantemente tra questi tre elementi: empatia, sincerità e speranza, attraverso la comunicazione fatta di parole, toni e gesti.

Già… la comunicazione che, come dimostrato ormai da numerosi studi, può accendere o tenere spente determinate parti del cervello del paziente. In modo funzionale, oppure no. Lo studio più recente, condotto dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus in collaborazione con l’università di Udine, è stato presentato ieri a Milano: ‘Fiore’ (Functional Imaging of Reinforcement Effects), che ha esplorato diversi stili comunicativi, scoprendo che attivano differenti aree cerebrali e che anche la sfera dell’apprendimento può essere coinvolta.

Ecco perché, citando Bertrand Rosenberg Marshall, psicologo statunitense, ideatore della comunicazione non violenta, anche nella relazione medico-paziente, le parole sono finestre (oppure muri).

Grazie

Emanuela

Condividi

Altri articoli