3 aprile 2018

Relazione medico-paziente: tra scienza e carità

Prendo spunto per questo articolo da un quadro di Pablo Picasso del 1897, “Scienza e carità“, attualmente esposto al Museu Picasso di Barcellona. Leggendo su Wikipedia, si tratta di un medico e una suora al capezzale di un’ammalata, s’inserisce nel filone patetico-umanitario in cui a volte declinava la cultura accademica nella Spagna di fine Ottocento.

Quattro termini interessanti connessi fra loro e connessi alla relazione medico-paziente: scienza, carità, patetico e umanitario.

Cercando sul dizionario etimologico troviamo che:
– il termine scienza deriva dal latino “scientia”, da “sciens”, participio presente di “scire” che significa sapere, che ha a che fare, quindi, con il livello cognitivo;
– il termine carità deriva dal latino “caritas” che deriva dal greco “charis”, e significa benevolenza, amore, compassione che, a sua volta, deriva dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια , sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con..), cioè un sentimento di una persona che è in grado di percepire la sofferenza dell’altro desiderando di alleviarla. Il concetto di compassione richiama quello di empatia, che deriva dal greco “εμπαθεια” (empateia, composta da en-, “dentro”, e pathos, “affezione o sentimento”), che indicava il rapporto emozionale di partecipazione soggettiva che legava lo spettatore del teatro greco antico all’attore recitante ed anche una tecnica di recitazione per l’immedesimazione dell’attore con il personaggio che interpretava. Nelle scienze umane l’empatia rappresenta un atteggiamento verso gli altri caratterizzato dalla volontà di comprenderli mettendo da parte il più possibile i sentimenti e i giudizi personali.
– il termine patetico deriva dal latino tardo pathetĭcus, dal greco παϑητικός, che deriva da “pathos”, “πάϑος”, cioè, «sofferenza»;
– il termine umanitario deriva da umanità attraverso il francese “humanitaire” e significa “che orienta il suo pensiero e la sua azione a migliorare materialmente e moralmente la vita umana”.

empatia

Nell’antica Grecia, alle origini della pratica della medicina, il medico era considerato una sorte di stregone, figura legata quindi al suo sapere e a qualcosa che aveva a che fare con la magia.
Ippocrate nel V sec. A. C. diceva che era più importante curare la persona che non la malattia. Il buon medico, quindi, doveva avere amore per l’arte medica e amore per l’uomo. Nei secoli si sono alternate diverse fasi in cui comunque il medico deteneva un certo potere e autorevolezza date  dal suo ruolo e da un rapporto paternalistico tra medico e paziente. Nel 1951, infatti, il sociologo americano Talcott Parsons, descriveva la relazione medico-paziente come una “relazione del tutto asimmetrica dove il paziente implora aiuto a un medico le cui decisioni vengono accettate in silenzio… Ogni informazione che viene data al paziente serve ad aiutare il paziente ad accettare le decisioni del medico”. Il paziente, ancora, si limita ad accettare le decisioni del medico.

Dopo la seconda guerra mondiale il progresso scientifico, l’emancipazione culturale di uomini e donne, hanno contribuito a cambiare il significato del concetto di salute, non più concepita soltanto come assenza di malattia, ma come uno stato di benessere fisico, psichico e sociale. Il malato ha cominciato a conquistare la possibilità di scegliere in merito alla sua salute e di partecipare al processo decisionale.

Negli anni ’50 l’Health Belief Model (HBM) mise in evidenza che il comportamento dei pazienti relativamente alla salute era determinato dalle convinzioni personali o dalle percezioni della malattia e dalle strategie disponibili. Più tardi, sotto l’influenza degli studi di Albert Bandura sull’auto-efficacia, si cominciò a parlare anche di azione, motivazione e auto-efficacia, come fattori determinanti.

Tutti questi studi, queste nuove concezioni, l’evoluzione culturale, hanno decisamente messo in crisi il modello paternalistico e il potere di ruolo del medico in quanto tale, andando a favorire sempre di più il potere di relazione.

Una relazione oggi sempre più centrata sul paziente, sull’engagement e sull’empowerment del paziente, sui suoi bisogni e su un processo decisionale condiviso. Una relazione che ha a che fare da una parte con il livello cognitivo e, dall’altra, con il livello psico-socio-emotivo del paziente e del medico, caratterizzata da una parte dalla scienza e dall’altra dalla carità, dal curare e dall’avere cura, basata, citando un articolo della Legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT, Legge 22 dicembre 2017, n. 219) sulla “comunicazione come tempo di cura“.

Lo psicologo ungherese Michael Balint, già nel 1957, nel suo libro Medico, paziente e malattia, scriveva che “il farmaco più usato in medicina è proprio il medico”, con i conseguenti effetti possibili, funzionali o non, direttamente proporzionali alla predisposizione naturale del medico a costruire quella relazione, quell’empatia, e/o alle sue competenze e capacità relazionali acquisite.

Tu che ne pensi?

Se sei medico, come percepisci la relazione con i tuoi pazienti? 

Se sei un paziente come percepisci la relazione con il tuo o i tuoi medici?

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri? Se potessi, cosa vorresti migliorare?

Se vuoi puoi condividere la tua opinione aggiungendo un commento sulla mia pagina Facebook.

Grazie!

Emanuela

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