18 aprile 2018

Parole che curano ed empatia: psicologia o neurobiologia?

Ci sono ormai molti studi scientifici che dimostrano quanto la comunicazione faccia la differenza nella relazione medico-paziente, e non solo tra medico e paziente ma anche tra il paziente e gli infermieri, gli altri eventuali operatori sanitari, i care givers, i familiari, ecc., e quindi nell’engagement e nell’empowerment dei pazienti e, di conseguenza, nella compliance, nell’aderenza terapeutica e, naturalmente, nei risultati.

Esiste una ricca letteratura relativa all’empatia e a quanto questa sia determinante per la qualità della relazione. E, nella maggior parte dei casi, quando si parla di empatia, si fa riferimento alla psicologia dei pazienti e/o dei loro interlocutori.

Il termine psicologia deriva dal greco “psiché” (ψυχή), che significa spirito, anima, e “logos” (λόγος), cioè, discorso, studio. La psicologia, quindi, letteralmente è la dottrina o scienza o studio dell’anima.   Quando fu introdotto, nel XVI secolo, il termine psicologia aveva questo significato; più tardi, nel XVII secolo, diventò “scienza della mente”.

Ma davvero la comunicazione efficace, l’empatia hanno a che fare prevalentemente o soltanto con la psicologia? O c’è dell’altro?

Già negli anni ’80-’90 la scoperta dei neuroni specchio da parte di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti (Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Vittorio Gallese e Giuseppe Di Pellegrino) ha contribuito notevolmente a spostare il focus sulle neuroscienze. Inizialmente studiati e scoperti nelle scimmie, successivamente le tecniche di elettroencefalografia hanno permesso di localizzare i rispettivi neuroni specchio anche nell’essere umano, identificando un circuito che comprende il lobo frontale, il parietale e in parte il lobo dell’insula. Il lobo dell’insula rielabora le informazioni che arrivano direttamente dal sistema limbico e dall’amigdala, ai quali è connessa l’origine e la gestione delle emozioni. Infatti, il sistema limbico, che comprende l’amigdala, l’ippocampo e l’ipotalamo ha un ruolo fondamentale nelle reazioni emotive, nella motivazione, nell’apprendimento e nella memoria. Tutti aspetti cruciali per l’approccio o le reazioni “funzionali” o “NON funzionali” di un paziente.

Ippocrate, nel V secolo a.C., scriveva nel Trattato sull’epilessia, il male sacro, “…gli uomini devono sapere che da niente altro se non dal cervello deriva la gioia, il piacere, il dolore, il pianto e la pena. Attraverso essa noi acquistiamo la conoscenza e le capacità critiche, e vediamo e udiamo e distinguiamo il giusto dall’errato…”.

emozioni-tre-cervelli

Dal cervello, appunto, e, nello specifico, dal sistema limbico che, guarda caso, è responsabile di quel qualcosa che in maniera del tutto irrazionale fa sì che “ci fidiamo” o “NON ci fidiamo” di qualcuno, che ci sentiamo “accolti” o “NON accolti”, “capiti” o “NON capiti”… Ecco perché diventa essenziale il COME si comunica qualcosa rispetto al COSA.

Ecco perché quella estrema importanza dei linguaggi non verbale e paraverbale.  Perché sono quelli che comunicano con il sistema limbico delle persone e non con la neocorteccia che è responsabile del linguaggio verbale, della logica e della razionalità. Questo vale per tutti, in qualsiasi ambito: per noi, come per qualsiasi altro essere umano. Ed evidentemente vale anche nella relazione tra medico/operatore sanitario/care givers/… e pazienti.

Cosa sono i linguaggi verbale, non verbale e paraverbale? E in cosa si differenziano?

– il linguaggio verbale è il contenuto, le parole che utilizziamo

– il linguaggio NON verbale è quello che facciamo con il corpo: postura, movimento, gesti, sguardo, sorriso, espressioni facciali…

– il linguaggio paraverbale è dato da come usiamo la voce: ritmo, tono, volume, silenzi…

Ed ecco qui che l’efficacia della comunicazione tra questi interlocutori, l’engagement, l’empowerment, e le conseguenti compliance e aderenza terapeutica  non riguardano aspetti puramente psicologici ma, appunto, neurobiologici.

È interessante notare che studi più recenti hanno dimostrato come la comunicazione abbia effetto sui pazienti, nel bene o nel male, equiparando il potenziale effetto placebo o nocebo a quello delle terapie farmacologiche:

“…accanto agli effetti positivi del placebo si possono registrare anche effetti negativi (effetto nocebo). Questo può accadere quando la comunicazione è frettolosa è eccessivamente ambigua e carica di suggestioni negative che nel cervello del paziente si traducono in una sensazione di minaccia per la propria salute.“ (Nature Medicine 2011 / Prof. Fabrizio Benedetti / Univ. Torino / Istituto Nazionale Neuroscienze).

Recentemente in un’intervista il prof. Benedetti ha spiegato cosa accade nel cervello dei pazienti, come un certo tipo di comunicazione faccia produrre all’interno del cervello le endorfine, ossia “morfine endogene”, e che “le parole, la speranza, la fiducia nel terapeuta, nel medico, operatore sanitario…. attivano le stesse vie biochimiche di quelle che vengono attivate da farmaci che vengono attivati nella vita di tutti i giorni”.

Ecco perché le parole possono curare o NON curare; le “parole” usate con tutti e tre i linguaggi che utilizziamo, verbale, NON verbale e paraverbale, possono fare la differenza. E le evidenze scientifiche ormai lo hanno ampiamente dimostrato. 

Può valere la pena allora aumentare e migliorare le competenze di Comunicazione e di Health Coaching di chi è a contatto con i pazienti nei diversi ambiti, con diversi ruoli, nelle diverse fasi di un percorso terapeutico? Tu cosa ne pensi?

Grazie,

Emanuela

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