Nel 1991 è uscito negli Stati Uniti un film diretto dal regista Randa Haines, con William Hurt che interpretava un medico di grande successo e fama, chirurgo in carriera, molto concentrato su di sé e molto poco sugli altri. Freddo e sbrigativo nel relazionarsi con tutti, pazienti compresi; spesso sarcastico anche in momenti delicati in sala operatoria, insegnava ai suoi collaboratori a tenere fuori i sentimenti e le emozioni per non coinvolgersi troppo. A un certo momento, però, lo scenario cambia: gli viene diagnosticato un tumore e si trova in una posizione percettiva diversa: improvvisamente si trova ad affrontare paure, emozioni contrastanti, burocrazia, difficoltà di relazione con i suoi colleghi, in quel momento, non più nel ruolo di colleghi ma di suoi medici curanti. Entra in contatto con altri pazienti e tutto questo gli fa vedere la sua vita, i suoi rapporti interpersonali con i familiari, con i colleghi, con i suoi pazienti da un altro punto di vista. Improvvisamente il fattore umano, la comprensione dell’altro, la solidarietà e la presenza emotiva assumono un altro significato anche per lui. Capisce la differenza tra chiamare per nome un paziente o in base alla sua patologia, diventa disponibile a quell’ascolto dei pazienti, rendendosi conto che dietro ognuno di loro c’è un mondo fatto di storie di persone, emozioni, problemi, significati… E così comincia a relazionarsi in un altro modo con le persone, potrei dire, su un altro livello, con quell’interesse autentico verso la persona e con la volontà di portarla a stare meglio o di aiutarla ad affrontare il percorso clinico nel modo più funzionale, con uno sguardo attento ai loro bisogni oltre che al quadro prettamente clinico, consapevole che sono entrambi aspetti determinanti al fine della qualità del percorso e del risultato stesso. Ed ecco che per i suoi pazienti diventa, oltre che il chirurgo eccellente, anche un medico straordinario capace di mettere in campo tutta un’altra parte di competenze per sostenerli, allenarli a fare quel determinato percorso, motivarli, diventando per loro, in qualche modo, anche un po’ coach.
Perché un medico anche un po’ coach?
Perché le competenze di un coach hanno molto in comune con le competenze necessarie al medico per quanto riguarda la relazione con i pazienti. Secondo l’ICF – International Coach Federation le competenze fondamentali nel Coaching sono undici, divise in quattro gruppi:
STABILIRE LE BASI
1. Ottemperare alle linee guida etiche e agli standard professionali
2. Stabilire l’accordo di coaching, cioè, la capacità di comprendere quello che è necessario nell’interazione, i termini del processo e della relazione
CO-CREARE LA RELAZIONE
3. Stabilire fiducia e vicinanza con il cliente
4. Presenza
COMUNICARE CON EFFICACIA
5. Ascolto attivo
6. Domande potenti
7. Comunicazione diretta, cioè, la capacità di comunicare efficacemente con un linguaggio che susciti il maggior impatto positivo
FACILITARE APPRENDIMENTO E RISULTATI
8. Creare consapevolezza
9. Progettazione di azioni
10. Pianificare e stabilire obiettivi
11. Gestire i progressi e le responsabilità
Ovviamente, come ho scritto anche nel mio libro sulla relazione medico-paziente, sono consapevole che si tratta di professioni diverse, ma credo onestamente che abbiano questi aspetti, relativi alle capacità di relazione con se stessi e con gli altri, in comune.
Ecco perché credo profondamente che le competenze di coaching in medicina possano dare un grande contributo ai medici e ai professionisti della salute in genere, per lavorare meglio, costruire relazioni migliori e essere in grado di aiutare di più e meglio i loro pazienti: medici, uomini… e coach migliori.
Grazie
Emanuela
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