29 maggio 2018

Medici, infermieri e pazienti: proprio come una squadra

Più mi occupo di Health Coaching e di Comunicazione Medico-Paziente, più mi rendo conto che le “parti” coinvolte debbano incontrarsi e, perché no?, scontrarsi, per definire i ruoli e le responsabilità di ciascuno in questa relazione così fondamentale per entrambe allo scopo di raggiungere insieme l’obiettivo comune.

Proprio come una squadra: ognuno deve sapere qual è il suo ruolo, quali sono le regole del gioco, qual è l’obiettivo che hanno in comune ed essere consapevoli che stanno nella stessa squadra.

Perché dico questo? Perché spesso e volentieri mi trovo di fronte a muri che “pretendono” fiducia, comprensione, ascolto, che non sono  disposti a chiedersi cosa possono fare loro di diverso per migliorare questa situazione e si aspettano sempre che sia l’altro a cambiare.

I medici, spesso, si aspettano determinati comportamenti e capacità da parte dei pazienti che spesso non sono in grado di dare, vuoi per mancanza di forze o competenze, vuoi perché hanno mollato, vuoi perché non sono abbastanza motivati a combattere, vuoi perché non hanno sviluppato alcun tipo di resilienza, vuoi perché si sentono smarriti, impauriti…

I pazienti,  altrettanto frequentemente, si aspettano che il medico sia sempre pronto a rispondere, sempre presente, sempre performante, in grado di indovinare anche quello che non dicono, disposto ad ascoltarli per tutto il tempo di cui hanno bisogno, capace di risolvere qualsiasi problema, clinico, logistico, psicologico, organizzativo… eppure anche i medici sono esseri umani, non supereroi, che molto spesso provano lo stesso disagio, le stesse paure, o semplicemente sbagliano, si sentono impotenti, non sono capaci di risolvere tutto, sempre e comunque, o quel tempo di cui i pazienti avrebbero bisogno non ce l’hanno perché nel frattempo hanno una lista di visite che li obbliga a ritmi serrati…

incolpare-responsabilità

In fondo tutti si lamentano. Solo che nella maggior parte dei casi attribuiscono la responsabilità all’altro. Ma allora la soluzione dov’è, nel momento in cui questi membri della stessa squadra si comportano come se appartenessero a squadre avversarie? Qual è la ricetta?

Chi mi conosce sa che non credo per niente alle ricette. Mentre credo nei punti di incontro, nella mediazione, nell’assunzione di responsabilità, ognuno per la sua parte, in qualcosa che può assomigliare al concetto di “negoziazione”.

Per spiegarmi meglio voglio portare un esempio. Il 19 maggio scorso, a Roma, ho partecipato alla Giornata Mondiale delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali organizzata dall’Associazione A.M.I.C.I. Italia Onlus; ho avuto l’onore di fare una sessione insieme al Dott. Alessandro Armuzzi, Segretario Generale IG-IBD (Gruppo Italiano per lo studio delle Malattie infiammatorie croniche intestinali) con una sessantina di pazienti.

Uno dei partecipanti ha riportato una sua difficoltà, dovuta, nel caso specifico, al fatto che quando  va ai suoi appuntamenti per i controlli, regolarmente aspetta almeno un’ora e quando entra dal medico, è nervoso e non sufficientemente lucido per poter parlare serenamente. In termini tecnici, potremmo dire che si trova “fuori stato”, cioè, in uno stato non funzionale per concentrarsi su quello che dice e su quello che gli viene detto.

Può sembrare  un esempio banale, ma l’ho scelto apposta, proprio per citare qualcosa che può accadere  praticamente tutti i giorni in qualsiasi ambulatorio medico.

Poiché io non faccio il tifo per nessuno, né per i medici, né per i pazienti, perché davvero, data anche la mia esperienza clinica di paziente, credo che siano membri di un’unica squadra, l’ho aiutato  a spostare il focus sulla gestione delle sue emozioni per poter raggiungere lo scopo: sfruttare al meglio il tempo della visita con il suo medico. Questo non giustifica, né assolve l’ambulatorio o il medico dal rispettare al massimo i pazienti e gli orari, ma dà la possibilità a entrambe le parti di giocare la miglior partita possibile con le carte a disposizione per ottenere il miglior risultato possibile. Sei d’accordo?

Ecco perché l’Health Coaching si rivolge a tutti i membri della squadra: medici, infermieri, pazienti, familiari, caregivers… E come in una squadra, aiuta a fare chiarezza su cosa va fatto, i ruoli e le competenze, a stabilire le regole del come e a dare gli strumenti necessari per farlo. E la cosa più importante è che aiuta a fare chiarezza sul perché, sulla motivazione della squadra e del singolo.

Questo è vero empowerment, vero engagement. Non solo dei pazienti, ma di tutti. Proprio come una squadra che, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, si prepara, imparando, correggendo il tiro, osservando cosa sta funzionando e cosa no per migliorarlo, per vincere insieme il campionato. E la “coppa” è la salute, il ben-essere e la qualità di vita migliore possibile.

Qualunque sia il tuo ruolo all’interno della tua squadra, medico, paziente, infermiere, familiare o caregiver…, non chiederti cosa può fare la squadra per te, chiediti cosa puoi fare tu, nel tuo ruolo e per la tua parte, per migliorare il lavoro di squadra?

Grazie,

Emanuela

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