20 Febbraio 2018

La relazione medico-paziente: empatia e alleanza terapeutica

Quando si parla di relazione medico-paziente spesso e volentieri si parla di alleanza terapeutica e di empatia. Il termine “alleanza” viene dal verbo alleare che deriva dal francese “allier”, che significa “unire”. “Allier” deriva a sua volta dal latino allegare, che significa “legare a”. Alleare significa “legare insieme con patto principi o Stati”. Il termine “terapeutico” viene da terapia che deriva dal greco “therapéia” che voleva dire “servizio, cura”, inteso soprattutto come servizi resi agli dei nel culto, agli uomini col trattamento medico, alle piante con la loro coltivazione, ecc. Il termine empatia deriva dal greco “empatheia”, composto a sua volta da en-, “dentro”, e pathos che significa “sofferenza o sentimento”. Il termine indicava il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’aedo, ossia l’autore-cantore professionista,  al suo pubblico. In psicologia l’empatia è la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona. C’è una definizione di empatia dello scrittore pakistano Mohsin Hamid che la descrive così: “l’empatia riguarda trovare in te stesso echi di un’altra persona”. Per Carl Rogers, padre della terapia centrata sul paziente e del movimento della psicologia umanistica, l’empatia consisteva nel “comprendere i sentimenti dell’altro come se fossero i nostri”.
Ecco perché, come ho scritto anche nel mio libro sulla relazione medico-paziente, penso sinceramente che molto spesso ci sia un’errata interpretazione di questo termine: se empatia significa comprendere, grazie a un processo di immedesimazione e identificazione, i sentimenti e gli stati d’animo altrui, questo vale per qualsiasi tipo di sentimento: gioia, dolore, rabbia, ecc. Non significa necessariamente essere compiacenti e accondiscendenti. Non significa sottostare a qualsiasi pretesa o capriccio o comportamento non funzionale del paziente. Significa piuttosto comprendere il più possibile e più velocemente possibile la prospettiva del paziente e interagire di conseguenza, con la modalità più funzionale a quel momento, a quella persona in funzione dell’obiettivo. Questo significa che in alcuni casi, se è quello che serve, se il medico comprende che è la cosa più utile, può essere molto meglio un calcio nel sedere dato con cognizione di causa, al momento giusto e nel modo giusto, che una pacca sulla spalla!

tempo-visita-medicaLa maggior parte dei medici e dei professionisti della salute che incontro ai miei corsi, quando chiedo loro quali sono le maggiori difficoltà che hanno nella comunicazione con i pazienti mi risponde “il tempo”. Infatti, come si fa a comprendere i sentimenti, gli stati d’animo, percepire la prospettiva dei pazienti, entrare in empatia e costruire l’alleanza terapeutica nei tempi, spesso molto brevi, di una visita medica?

Ci sono medici che ce l’hanno come dote naturale, riescono a sintonizzarsi rapidamente, ad ascoltare attentamente, a dimostrare presenza e comprensione al paziente, a creare quella relazione necessaria all’alleanza terapeutica. Ce ne sono altri che fanno più fatica, per mille motivi diversi. Il luogo comune è proprio questo: o è una dote naturale, o ti viene spontaneamente oppure pazienza! In realtà non è proprio così: come molti studi hanno ormai dimostrato negli anni, comunicare è sì una dote naturale, ma è anche una competenza che può essere imparata, allenata e migliorata col tempo. Nel 2002 sul British Medical Journal veniva pubblicato un articolo del dr. Peter Maguire e della dr.ssa Carolyn Pitceatly (BMJ 2002;325:697-700), rispettivamente direttore e ricercatrice del gruppo di medicina psicologica di ricerca sul cancro del Regno Unito, nel quale si affermava che:

– i medici che hanno buone abilità di comunicazione identificano più accuratamente i problemi dei pazienti, hanno più soddisfazione e meno stress sul lavoro
– i loro pazienti stanno meglio psicologicamente e sono più soddisfatti della cura che ricevono
– ci sono metodi di insegnamento efficaci per le abilità di comunicazione
– è essenziale avere l’opportunità di fare pratica delle abilità chiave e di ricevere feedback costruttivi sulla performance

Quindi? Quindi non solo è possibile imparare strumenti per costruire la relazione, entrare in empatia e costruire l’alleanza terapeutica con il paziente in modo più efficace e più velocemente ma l’evidenza scientifica ci dice anche che questo migliora la qualità del lavoro del medico e la sua soddisfazione, da una parte, e la qualità del percorso clinico terapeutico del paziente, il suo stato emotivo e psicologico e il suo grado di soddisfazione.

Se vuoi approfondire i temi relativi alla comunicazione in medicina, SCOPRI DI PIU’ sui miei prossimi workshop a Milano e a Roma.

Grazie!

Emanuela

Condividi

Altri articoli