13 marzo 2018

I benefici dell’empowerment dei pazienti… e dei medici.

Andando sul traduttore di Google, la parola empowerment la traduce lasciandola così com’è in inglese: empowerment. Cercando su wordreference dà qualche altro significato, tra cui, potere, senso di legittimazione, responsabilizzazione, trasferimento o conferimento di poteri. Deriva da empower, e, prima ancora, a metà del ‘600, da impower, a cui si attribuiva il significato investire di potere. E il significato del verbo inglese empower è proprio “dare il potere a qualcuno”, “metterlo in condizioni” di fare qualcosa. Il significato etimologico del termine potere è molto chiaro, deriva dal verbo  latino poteo e, in particolare, da una forma arcaica dell’infinito posse e indica proprio la capacità di “poter fare qualcosa”.

In medicina, in sanità, quando parliamo di empowerment dei pazienti, esattamente cosa si intende? Vogliamo “empowerizzare” i pazienti per metterli in condizioni di fare cosa? E poi, cosa deve realmente accadere perché i pazienti siano “empowerizzati”?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’empowerment come “un processo attraverso il quale le persone acquisiscono maggiore controllo sulle decisioni e le azioni che riguardano la loro salute” e dovrebbe essere considerato un processo sia individuale che comunitario. (Health promotion glossary. Geneva: World Health Organization; 1998)

Sono state segnalate quattro componenti fondamentali per il processo di responsabilizzazione del paziente:
1) comprensione da parte del paziente del suo ruolo;
2) acquisizione da parte di pazienti di conoscenze sufficienti per essere in grado di interagire con il proprio medico;
3) abilità del paziente;
4) la presenza di un ambiente che faciliti.

Questo è un po’ lo schema teorico. Nella pratica, l’empowerment dei pazienti ha molte più sfaccettature. Nel 2013, Peter Schulz e Kent Nakamoto hanno pubblicato un articolo su Patient Education and Counseling nel quale sottolineano due aspetti cardine: da una parte la padronanza, che definiscono “mastery”, dall’altra l’alfabetizzazione sanitaria, definita con l’espressione inglese “health literacy”.

Si tratta di conoscenza, comprensione e anche di abilità che hanno a che fare con l’autocontrollo, la gestione delle emozioni, l’autoefficacia, con l’arrivare a un livello di consapevolezza da consentire la possibilità di essere attore principale di quel famoso processo decisionale condiviso, alias “shared decision making”.

Ma come si arriva a queste decisioni condivise, a questo passaggio da un consenso informato a un processo di scelta informato? Come si fa a “empowerizzare” i pazienti?

shared-decision-making-healthcare

Secondo Corbin Shaw, Direttore del Customer Engagement, ossia, del coinvolgimento dei clienti, di Updox, una società dell’Ohio che si occupa proprio, attraverso ricerche, interviste e feedback da parte dei clienti, di identificare i fattori chiave per il funzionamento e il miglioramento di prodotti e servizi, “la chiave per l’empowerment dei pazienti è coinvolgerli. I pazienti ora sono visti come membri importanti del team  e il loro coinvolgimento è fondamentale per creare un piano di assistenza completo”. Ed ecco qui che torniamo al concetto di engagement, di coinvolgere i pazienti e renderli partecipi. Quindi, la chiave per l’empowerment sia l’engagement e viceversa.

Solo che non si tratta di un circolo vizioso, ma di due concetti che hanno una radice più profonda in comune, che stanno entrambi in un contenitore più grande, ricco di significati e di strumenti: la comunicazione.

La comunicazione che ha alla base l’ascolto attivo, l’interesse autentico verso la persona, la volontà di comprendere quello che il paziente dice e anche quello che non dice, le sue preoccupazioni, il suo vissuto, il suo modo di ragionare, il modo di dare significato alle cose, per costruire una relazione di fiducia, e da lì partire per condividere un percorso nel modo più funzionale possibile con un obiettivo comune: la salute e il benessere del paziente, del medico e dei sistemi di cui fanno parte. In una relazione in cui, comunque, il paziente può diventare veramente un membro fondamentale del team, una risorsa, non per le competenze scientifiche che ovviamente non ha, ma in quanto maggior esperto di se stesso, e dell’impatto fisico, psicologico, emotivo e sociale della malattia che si trova a vivere in quel momento.

Molteplici ricerche e studi, europei e a livello mondiale, hanno dimostrato come la comunicazione aumenti la soddisfazione dei pazienti e dei medici, generi una maggiore aderenza terapeutica e risultati migliori. Ma vediamo i singoli benefici di una formazione ai medici sulla comunicazione efficace:
● Migliora la “produttività” della visita: è stato dimostrato che si riduce fino a più del 50% il tempo che il medico impiega per dare le istruzioni al paziente.
● Migliora l’esperienza del paziente: la durata della visita non è tanto importante quanto la qualità del tempo trascorsa con il medico.
● Aumenta l’engagement del paziente: un paziente che si sente ascoltato e valorizzato partecipa più attivamente.
● Migliora l’aderenza terapeutica: Un paziente che si sente compreso e coinvolto è più motivato e attento a seguire i trattamenti e le istruzioni che ha precedentemente condiviso con il medico.
● Diminuisce la quantità degli esami diagnostici: una relazione migliore porta da una parte a una comprensione migliore da parte del medico e dall’altra una fiducia maggiore da parte del paziente, rendendo così meno necessari esami diagnostici, a volte prescritti dal medico o richiesti dal paziente sull’onda di una posizione difensiva o della paura.
● Diminuisce le visite in pronto soccorso e i ricoveri: i pazienti che hanno relazioni migliori sono più coinvolti nel processo di cura e sono più efficaci e autonomi nel gestire la malattia e i momenti di difficoltà.
● Migliora la quantità e la qualità dei risultati delle cure: una comunicazione migliore migliora la relazione, coinvolge e motiva maggiormente il paziente, aumenta la sua compliance e la sua aderenza, rendendo il percorso terapeutico più efficiente ed efficace.
● Riduce il rischio di malasanità: La maggior parte dei contenziosi medico-legali è causata da problemi di comunicazione tra il medico e il paziente.
● Riduce i costi del paziente: una buona comunicazione con il proprio medico porta a una relazione di fiducia che, a sua volta porta a una maggior compliance e aderenza, quindi si riducono le spese del paziente per nuove visite e/o nuovi esami, aggiuntivi o alternativi, cui il paziente si sottopone quando non si fida del medico che lo segue in quel momento.
● Riduce i costi della struttura sanitaria e del Servizio Sanitario Nazionale: una maggiore compliance e aderenza del paziente da una parte, diagnosi più corrette, meno visite e meno ricoveri e un minor numero di esami diagnostici, contribuiscono a ridurre la spesa economica per ciascun paziente per le rispettive patologie.

Alla luce di tutto ciò credo che valga la pena cominciare a dare ai medici e a tutti gli operatori sanitari l’opportunità di acquisire nuove competenze che possono favorire il loro lavoro sotto ogni aspetto. Di cominciare a “empowerizzare” i medici affinché possano “empowerizzare” i pazienti.

Grazie

Emanuela

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