15 Febbraio 2018

Esseri umani prima che imprenditori, manager o professionisti

“Il successo di un’azienda passa attraverso la felicità, la soddisfazione e il coinvolgimento delle proprie risorse. Fidelizzare i propri dipendenti non è meno importante che fidelizzare i propri clienti, anzi. E non è un caso che le aziende stiano investendo sempre più tempo e risorse per comprendere i desideri e le richieste dei propri dipendenti e provare a soddisfarli.” Questo è il primo capoverso di un comunicato dell’Agenzia di stampa ADN Kronos del 29 gennaio 2018, titolato  “Arriva il manager della felicità”. Parto da questo per parlare di un fattore, che oggi fa notizia e ha portato addirittura a una nuova figura professionale: il Chief Happiness Officer (CHO), ma che sostanzialmente è stato per decenni, ma potrei dire anche secoli, uno dei fattori fondamentali per il successo delle persone e, di conseguenza, delle aziende.

Ma cos’è veramente la felicità? Per quale motivo e in che modo può fare la differenza nel successo di una persona o di un’azienda, tanto da diventare, in alcuni casi, un vero e proprio modello di business?

Di felicità hanno parlato praticamente tutti, da Platone in poi, passando per Socrate, Aristotele, Epicuro, Leopardi, Jung, fino ad arrivare a Maslow, Carl Rogers, Seligman, Bandura e tantissimi altri, compreso Robert Waldinger, direttore della ricerca sulla felicità svolta dal’Università di Harvard.

La felicità è un’emozione. Secondo la definizione di Wikipedia è “lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri.” Dal punto di vista etimologico il termine felicità deriva da: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità. Nelle sue accezioni più ampie indica non solo gioia ma anche l’accettazione del diverso e la tranquillità con gli altri.

Secondo uno studio del 2013, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, di Lauri Nummenmaa, psicologo finlandese, specializzato nella scienza delle emozioni umane, direttore dello Human Emotion Systems Laboratory al  Turku PET Centre e il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Turku in Finlandia, ogni emozione è associata a sensazioni corporee che interessano aree specifiche del corpo. Per la prima volta, infatti, è stata realizzata una mappa che descrive questa associazione, che si è rivelata universale, ossia indipendentemente dalla cultura di provenienza e/o appartenenza. Lo studio ha osservato, a seconda delle persone, un incremento o una diminuzione dell’attività sanguigna, creando una vera e propria mappa corporea delle emozioni.

mappa emozioniQuesta è la mappa delle emozioni: il colore giallo indica alti livelli di attività, il rosso medi livelli di attività, il colore nero è neutrale mentre il blu indica i livelli di attivazione più bassi.
La cosa interessante è che la felicità sia l’unica emozione che comporta l’attivazione di tutto il corpo. L’attivazione anche degli arti inferiori è stata spiegata con l’ipotesi che le persone felici sono potenzialmente pronte a intraprendere qualsiasi tipo di azione.

Sarà per questo che il successo di un individuo, di un gruppo o di un’azienda dipende dal grado di felicità, ovvero, di soddisfazione e coinvolgimento?

Ma andiamo ancora un po’ più indietro nel tempo, passando per la scala dei bisogni di Maslow arrivando fino ai Veda, un’antichissima raccolta che risale a circa 4.000 anni fa di testi sacri, scritti in Sanscrito, dove sono state trovate le prime tracce della filosofia su cui è fondato il sistema dei Chakra secondo cui le energie che noi utilizziamo per vivere, attinte dall’energia universale sono organizzate e gestite da sette vortici, i Chakra, appunto, situati lungo la nostra colonna vertebrale.

Ogni vortice ha una zona di azione sia per quanto riguarda il “funzionamento” fisico del nostro corpo, sia per quanto riguarda il nostro benessere psicologico e spirituale. Ad ogni Chakra corrisponde un diritto umano, che corrisponde alla soddisfazione dei bisogni principali: Diritto di esistere, diritto di sentire, diritto di agire, diritto di amare, diritto di esprimersi, diritto di vedere, diritto di conoscere. Maslow, con la sua piramide dei bisogni, ha in qualche modo definito una “teoria positiva della motivazione umana”, iniziando dai primari. La sua scala e la sua teoria definiscono l’evoluzione degli esseri umani e ha molto in comune con quello che Shri Mataji, un’attivista indiana e fondatrice del Sahaja Yoga, dice dell’evoluzione umana in generale e, in particolare, a proposito dei chakra.

1) I bisogni fisiologici potrebbero corrispondere al terzo chakra, che controlla il sentimento di soddisfazione e gli organi delle digestione (lo stomaco, tra gli altri).
2) Il bisogno di sicurezza al quarto chakra, quello del Cuore, che rappresenta, al centro, il senso di sicurezza.
3) Il bisogno di amore, affetto e appartenenza  al quinto chakra, che controlla l’espressione della comunicazione, l’appartenenza alla comunità.
4) Il bisogno di stima al sesto chakra, situato nella zona tra le sopracciglia, nella parte anteriore della testa, e dietro la fronte, in quella parte posteriore, noto anche come il “terzo occhio”. Le sue funzioni principali riguardano la visione, l’intuizione, l’immaginazione creativa e la chiarezza.
5) L’autorealizzazione (o realizzazione del sé) al settimo chakra, che è il chakra dell’integrazione  che assorbe le qualità di tutti gli altri chakra.

E’ possibile quindi che non stiamo proprio facendo la scoperta dell’acqua calda pensando che l’attenzione e la cura dell’essere umano e la soddisfazione dei bisogni siano prioritarie e più importanti, non perché è moralmente o, peggio, moralisticamente, giusto, ma perché è più funzionale a qualsiasi genere di performance e, di conseguenza, al successo?

Il coaching per aziende serve proprio a questo: ad aiutare individui, gruppi, aziende e organizzazioni a ri-allinearsi e ad allineare le strategie a una visione più ampia e funzionale, sistemica e sostenibile, per crescere e creare valore raggiungendo i risultati desiderati. E’ un processo generativo che, citando Sir Jonathan Withmore, uno dei pionieri del coaching, “libera il potenziale di una persona per portare al massimo le sue performance”.

Dei vari articoli che ho letto sul manager della felicità nelle aziende dopo l’uscita del comunicato mi ha colpito una frase: “Un Chief Happiness Officer è, nella sua essenza, un manager delle risorse umane con una qualifica speciale: crede che i dipendenti felici creino impiegati migliori.”
Mi piacerebbe correggere o, almeno, aggiungere che potrebbe essere una buona idea ritornare a credere che persone felici creano un mondo migliore, che noi, come i nostri dipendenti, collaboratori, ma anche familiari, amici e chiunque altro, prima di essere imprenditori, manager, professionisti… siamo esseri umani.

Grazie e a presto!

Emanuela

 

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