Ogni autunno la terra ci invita a rallentare.
Ci insegna che c’è un tempo per lasciare andare, e uno per rinascere.
E che anche ciò che sembra fermarsi, in realtà, si prepara silenziosamente a tornare alla vita.
Una settimana fa ho piantato dei bulbi.
Come ogni anno, sono tornata nel mio buen retiro in Abruzzo, insieme a Kaila, la mia “pastora tedesca” di sette anni e mezzo. Praticamente la mia quinta figlia.
Un luogo che mi accoglie nel silenzio, mi riconnette con me stessa e con i ritmi della natura.
Piantare i bulbi è diventato un piccolo rito: un gesto semplice, ma pieno di significato.
Li affido alla terra, sapendo che resteranno nascosti per mesi, nel freddo dell’inverno.
Eppure, sotto la superficie, qualcosa accade.
Una trasformazione silenziosa, invisibile, che prepara la fioritura.
C’è qualcosa di profondamente autentico nel contatto con la terra.
Le mani che scavano, il profumo umido del terreno, la sensazione dei piedi ben piantati.
È un richiamo alla concretezza, alla realtà, all’essenzialità.
Un promemoria per restare ancorata, mentre tutto intorno cambia.
Quando arriverà la primavera, torneranno — diversi, nuovi, pieni di vita.
E ogni anno, nel vederli sbocciare, ritrovo la stessa meraviglia.
Forse è per questo che amo questo gesto:
mi ricorda che anche nei momenti in cui sembra non accadere nulla,
la vita — dentro e fuori di noi — continua a lavorare per rifiorire.
Un piccolo rito di pazienza, fiducia e rinascita.
Un invito a chiedersi: cosa voglio veder rinascere, dentro di me, in primavera?
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