C’è un’espressione che, quando l’ho sentita dire da un AD durante un evento organizzato da EFI – Ecosistema Formazione Italia, mi è rimasta addosso: “un tot al chilo”.
Lui la usava riferendosi a formazione e coaching.
Io oggi la allargherei senza fatica anche alla conoscenza in genere, libri, film, podcast, corsi, video, e a quel modo di “fare scorta” di contenuti che sembra diventato normale.
Perché, spesso, la regola non scritta è questa:
più quantità, nel minor tempo possibile, al minor prezzo possibile
(e se si può comprimere tutto, ancora meglio)
E allora compaiono promesse sempre più seducenti: “leggi di più”, “ascolta più velocemente”, “impara in metà tempo”. App che accelerano, riassunti che “ti danno l’essenza”, percorsi che promettono risultati immediati.
Il punto non è demonizzare gli strumenti. A volte sono utilissimi (anche per accessibilità, studio, gestione del tempo).
Il punto è un altro: che cosa ci succede dentro quando l’obiettivo diventa accumulare invece di attraversare?
La bulimia dei contenuti: quando “di più” diventa “meno”
C’è una forma di bulimia che non riguarda solo lo shopping. Riguarda le idee.
- un libro “riassunto” in pochi minuti
- un film mentre rispondi alle mail
- un corso “che ti cambia la vita” in un weekend
- un percorso di coaching “in 3 sessioni” (magari con certificazione lampo)
Il risultato è paradossale: non è vera abbondanza, è saturazione.
E la saturazione ha un effetto collaterale poco visibile ma potente: sposta l’attenzione dalla qualità dell’esperienza al conteggio delle unità.
Quanti libri ho letto? Quanti corsi ho fatto? Quante ore? Quanti crediti?
Quanto “mi porto a casa”?
A furia di misurare tutto, rischiamo di perdere ciò che davvero conta: che cosa mi ha trasformato.
“Apprendere” non è assaggiare: è prendere con sé
A me piace tornare alle parole, perché le parole—quando le ascolti davvero—ti rimettono in carreggiata.
Apprendere deriva dal latino apprehendere: andare verso e prendere.
Non è un verbo leggero. Non è “sfiorare”.
Parla di contatto, di presa, di qualcosa che entra e resta.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Se io consumo contenuti come assaggi veloci, che cosa sto davvero prendendo?
E soprattutto: quanto di quello che “prendo” ha il tempo di diventare mio?
Perché c’è un equivoco sottile: confondiamo l’essere esposti a un contenuto con l’averlo integrato.
Ma l’informazione, da sola, non è apprendimento. È solo passaggio.
Le domande che rivelano tutto (e la libertà di dire no)
Negli anni, ho incontrato molte persone interessate a capire se la mia scuola di coaching fosse “quella giusta”.
E a volte succede una cosa curiosa: basta la prima domanda per capire che non potranno mai scegliere me—e che forse non devono.
Non perché “non vanno bene”.
Ma perché stanno cercando un’altra cosa.
Chi cerca formazione “un tot al chilo” spesso chiede (magari con parole diverse):
- “Quanto dura?” (sottinteso: il meno possibile)
- “Quante ore?” (sottinteso: il minimo indispensabile)
- “Quanto costa?” (sottinteso: il meno possibile)
- “Che titolo ottengo?” (sottinteso: subito)
- “Si può accelerare?” (sottinteso: senza passare dall’esperienza)
E io, oggi, non ho più paura di dirlo con chiarezza:
La mia scuola non è veloce.
Non è superficiale.
E sinceramente non voglio che lo sia.
Non mi piace ricevere—e tantomeno erogare—formazione “un tot al chilo”.
Se ti va, ti lascio anche un piccolo “tavolo apparecchiato”: un esempio di come lavoro nel Modulo 1.
È una struttura pensata per non consumare contenuti, ma incontrarli e portarli nella pratica.
Puoi guardare il video su YouTube.
Informazione o trasformazione?
C’è una domanda semplice che può cambiare il modo in cui scegli un libro, un corso, un film, o un percorso di coaching:
Sto cercando informazione o trasformazione?
Perché molte persone vogliono trasformazione, ma organizzano la vita (e lo studio) come se bastasse informarsi.
La trasformazione ha bisogno di altro:
- applicazione
- confronto
- ripetizione
- feedback
- silenzio
- tempo di sedimentazione
E soprattutto: ha bisogno di una scelta di qualità.
5 antidoti alla formazione “a peso”
Se anche tu senti che a volte stai “ingoiando” contenuti senza digerirli, ecco cinque cose semplici che funzionano davvero.
1) Una domanda, non un riassunto
Dopo un contenuto, scrivi una sola domanda che ti resta addosso.
2) Una sola applicazione concreta
Un’azione piccola, reale. Senza applicazione, stai collezionando.
3) Un tempo di decantazione
Un giorno senza aggiungere altro. Per lasciare che ciò che hai incontrato faccia il suo lavoro.
4) Un confronto vivo
Una conversazione con qualcuno. Per mettere in parola e rendere tuo ciò che stai capendo.
5) Un patto con te stess*
Non più di X contenuti nuovi a settimana, dove X è la misura che va bene per te ovviamente. Per proteggere la profondità.
Non è una questione di rallentare: è tornare presenti
La critica alla “quantità” non è nostalgia. È una richiesta di presenza.
Perché formazione, coaching, libri, film… non sono merce.
Sono occasioni.
E un’occasione non la pesi: la riconosci.
Possiamo vivere la conoscenza come un supermercato (un tot al chilo)
oppure come un tavolo apparecchiato.
Nel primo caso “prendiamo”. Nel secondo caso “incontriamo”.
E quando incontriamo davvero, non ci serve “di più”.
Ci serve meglio.
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